Dal Vangelo di Maria di Gaza
Il primo giorno della settimana, quando era ancora buio, Maria di Gaza si recò nella casa che un tempo fu la sua e quella di suo marito Zaid e dei suoi tre bambini: Lina, Salma, Khaled. Erano ancora lì da mesi, nessuno li aveva portati via. Nessuno aveva dato loro una degna sepoltura. Solo una pietra era stata messa lì per nascondere i corpicini dei bambini, che erano vicini, stretti stretti a quelli del padre che tentava di proteggerli col suo corpo dilaniato.
Ma quando fu vicina, Maria di Gaza vide che quella pietra era stata tolta e corse allora da Simon Pietro, suo cugino, e disse: “Hanno portato via i bambini e mio marito dal sepolcro e non sappiamo dove li hanno posti!”. Pietro allora uscì insieme a un altro e, senza paura delle guardie israeliane, si recarono al sepolcro. Quando arrivarono, videro il sudario – che era stato posto da Maria sui quattro corpi – messo con cura in un angolo.
Maria rimase all’esterno, non aveva il coraggio di entrare nella casa che avevano costruito insieme a suo marito e dove i suoi bambini giocavano e crescevano felici. Piangeva col viso tra le mani. Poi sentì una voce che le domandò: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse un soldato israeliano, con timore e senza guardarlo in faccia, gli disse: “Signore, se li hai portati via tu, dimmi dove sono e io andrò a prenderli”. Ma l’uomo le disse: “Maria!”.
Ella si voltò e i suoi occhi si spalancarono, gli si avvicinò e con la voce tremante pronunciò una parola, una sola: “Habibi”, che significa “amore mio” in arabo. E i due si abbracciarono e, a un certo punto, a quei corpi si unirono altri tre, quelli dei loro bambini: erano lì, vivi, coi volti puliti e tutti i loro dentini in bocca, sorridenti, felici. Si strinsero così forte che diventarono un unico corpo e piansero e si amarono e risero e piansero di nuovo.
E, mentre facevano questo, la loro casa, come per mano di decine di angeli muratori, si sollevò da terra e le macerie tornarono a essere muri dipinti, con finestre splendenti, e il legno – rubato dai soldati israeliani per far legna nei loro camini – tornò a formare tavoli, armadi, e quella che non era più una casa tornò a chiamarsi tale e si riempì di sole, di tappeti puliti, di cibo, di acqua e di vita vera.
La stessa cosa accadde intorno a loro, e dalle macerie ecco risorgere le case di tutta Gaza, di tutta la Palestina, ma anche della Cisgiordania, del Libano, dell’Ucraina, della Siria, del Sudan, dell’Iran… e dentro quelle case i corpi di bambini, bambine, madri, padri, anziani tornavano a vivere e a camminare e ad abbracciarsi e cantavano tutti un canto nuovo di pace.
E questo canto si sparse per il mondo intero, giungendo alle orecchie di coloro che avevano causato tutto questo e, non potendo sopportare questo canto di pace, questi demoni accecati si spensero e tornarono a essere cenere che il vento portò via lontano lontano… lontanissimo. E non tornarono più.
E sul mondo intero regnò per sempre la pace e l’amore.
Testo di Fausto Romano© 2026
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