Ho vissuto a Lisbona per circa quattro anni. Sono arrivato il primo febbraio del 2020 per correre la Mezza Maratona, poi è arrivato il Covid e sono rimasto qui (felicemente) bloccato.
Volevo venire a vivere in Portogallo da quando avevo letto Sostiene Pereira, romanzo così semplicemente poetico del grande Antonio Tabucchi, e il film che ben lo serve, uno degli ultimi film con Marcello Mastroianni. Penso di essere stato portoghese in un’altra vita, per la sensazione di casa che provo appena metto piede su questa terra benedetta.
Ci sono tornato dopo due anni di assenza e, in questi giorni, cammino, cammino e cammino cercando le differenze, come in quel gioco della Settimana Enigmistica – l’unico che, da bambino, suscitava in me un minimo interesse.
Todo cambia, cantava Mercedes Sosa, e anche Lisbona non sfugge a questa sorte. Migliora: sorgono parchi là dove prima c’erano parcheggi, con tanto di area giochi per bambini, area fitness e area cani; non si tagliano alberi (come in Italia), ma se ne piantano di nuovi e si abbellisce la città. Peggiora: con i prezzi di tutto lievitati – compresi gli affitti delle stanze – condomìni trasformati in hotel per i tanti-troppi turisti e alcune tascas (trattorie portoghesi, mettiamola così) che abbassano la serranda. E io ho sempre pensato che, quando chiuderà l’ultimo di questi rifugi, il Portogallo cambierà per sempre volto.
E chiudono anche le papelarias-livrarias (cartoleria-libreria).
Ieri saltellavo, tutto arzillo, verso la papelaria di fiducia, nel mio quartiere. Ci andavo almeno una volta a settimana a comprare penne, fogli, quaderni, album da disegno (la qualità della carta è alta e il prezzo più basso rispetto all’Italia) e qualche libro in portoghese di Saramago – spesso uno che avevo già letto, così conoscevo già la storia e mi concentravo sulla lingua. Ero diventato amico dei proprietari: un signore baffuto sui sessant’anni, figlio di un altro ancora più baffuto, di circa novanta. Erano gentili, cordiali, disponibili, soprattutto con i bambini che andavano lì per comprare tutto l’occorrente per la scuola. Uso il passato perché ieri ho scoperto che lì dove sorgeva questo mio riparo oggi c’è un’hamburgeria. Mi sono messo a camminare avanti e indietro su quella strada, pensando di aver sbagliato: che il negozio non fosse lì, forse più avanti, no, più indietro o addirittura sull’altro lato… Ma poi ho dovuto ingoiare la verità: la papelarias-livrarias non c’era più.
Al suo posto, un ennesimo fast-food pieno di schermi e luci finte che invitano i passanti a entrare e a nutrirsi di “cibo merda” (come lo chiamano negli States). Allora mi sono intristito e, con le mani in tasca, me ne sono andato lontano a pensare… Pensavo che è proprio triste quando chiude un posto così. Ora dovrò cercare un’altra cartoleria-libreria, ma so che non sarà come quella. E penso a cosa stiano facendo ora quel padre e quel figlio, se magari ne hanno aperta un’altra… ma so che non sarà così. E penso a tutte quelle penne, quei pastelli colorati, quegli astucci, quaderni, libri, temperini, gomme… orfani anche loro. E mi sono commosso, perché io – che ci devo fare – mi commuovo per cose come queste, per le buone cose di buonissimo gusto, cambiando un aggettivo al poeta Guido Gozzano.
Fausto Romano
Marcello Mastroianni nel film Sostiene Pereira (1995) diretto da Roberto Faenza