tra proiezioni senza cura, nessun rispetto per i registi, e spese folli per le grandi star americane, l’importante sembra bere, mangiare e “sistemarsi”.
di Fausto Romano
Dopo che, all’ultimo festival di cortometraggi, mi avevano quasi minacciato con un “o vieni a tue spese, pagando l’hotel che è convenzionato con noi, o non ti diamo il premio”, mi ero promesso di non mandare più un mio lavoro a un festival di cinema.
E invece ci sono ricascato.
L’ho fatto con lo spirito che dovrebbe guidare un regista: cercare di condividere il suo film col pubblico, incontrarlo, ascoltarlo, essere in accordo e disaccordo, insomma, dare alla sua opera il suo compimento. Non l’ho fatto (mai) per il premiuccio, allergico da sempre alla competizione artistica.
Così sere fa sono stato ospite col mio ultimo cortometraggio La Terra del Ritorno a un festival. Non dirò quale non per “timore di”, ma perché questo festival si assomiglia a molti altri, quindi non è una critica versus quel festival ma alla maggior parte dei festival italiani. Se ne salvano in pochi, di solito quelli piccoli, attenti ai registi, di quei festival che proiettano qualità e non quantità e magari fanno di tutto per pagarti l’hotel o il viaggio o semplicemente una cena nella trattoria del parente di turno.
A quest’ultimo festival sono stato invitato tramite un’e-mail che mi informava che il mio corto era stato ammesso al concorso – cosa oggi rara, visto che le distribuzioni dei cortometraggi si sono comprate tutti i posti nei festival nazionali – e sarebbe stato proiettato il giorno tale. Mi chiedevano in calce se sarei stato presente, niente di più.
La sera dell’evento mi son vestito – che con questo caldo è già un sacrificio – e ho calpestato un bel tappeto rosso – elemento immancabile per un festival che si rispetti – sedendomi insieme agli altri ospiti dinanzi al telo per la proiezione. Sono partiti i corti, senza nessuna presentazione o accoglienza – del direttore, dello staff, della giuria nemmeno l’ombra. Finita la cinquina – che non giudicherò perché questo non vuol essere un pamphlet sulla qualità dei lavori – i due conduttori hanno chiamato i registi per un “breve saluto”. Così, schierati sul palco, sotto i proiettori roventi, ognuno di noi, come un bravo scolaretto, ha fatto il saluto (alla propria bandiera), esplicando in poche parole il perché dell’opera, quasi a giustificarsi dell’averla realizzata. Nessuna riflessione, nessun “qualcuno in sala ha delle domande?”, un’accozzaglia di grazie saluti e arrivederci. Liquidati in due minuti per dar posto ad altre proiezioni, veloci perché poi c’è il vero festival: ossia la festa tecno con i dj internazionali e il pubblico pagante (sta volta di più) che del cinema se ne fotte e vuole solo ballucchiare, selfarsi e sbronzarsi fino all’alba.
I festival hanno senso se riescono a mettere in dialogo il pubblico con il regista, ma anche il regista con gli altri registi, i film con gli altri film, per capire, confrontarsi, litigare (magari!) come avveniva negli anni ’60. E penso a quegli anni, quando anche la Mostra del Cinema di Venezia fu contestata dai registi – Pasolini in testa, seguito da Pontecorvo, Gregoretti, Maselli, Ferreri, Zavattini… – riuniti sotto il “Comitato di coordinamento per il boicottaggio”. Dicevano NO a una mostra che non rispettava gli autori, dicevano NO a una competizione – l’opera d’arte non può gareggiare! –, NO a un cinema che non fosse anche strumento politico. E per un decennio tutte queste cose si realizzarono, per poi, tornare a com’erano, anzi, peggiori di quel che erano.

Lo so, son cose vecchie, e io sembro vecchio. E forse lo sono. Lo so che per la maggior parte dei registi l’importante è il video o la foto instagrammabile della serata per ricevere i like dei followers che il tuo film non l’hanno visto e forse mai lo vedranno. Lo so che mi illudo ogni volta di trovarmi dinanzi ad un organizzatore di festival capace, intelligente, puro, innamorato davvero di quest’arte. Ma col tempo ho capito che è quasi impossibile, che anzi: c’è la gara ai finanziamenti pubblici, ai bandi regionali per accaparrarsi la fetta di torta più grande, data in pasto alla star americana che porterà grande lustro alla città, al festival, ma soprattutto, al megadirettore. E allora – per ricevere più finanziamenti e dindirindin – avanti! si sbandierino i poster con la faccia sorridente e ammiccante della star hollywoodiana alla quale si è pagato uno spropositato biglietto aereo in prima classe a/r dallammerica, a lui e alla moglie o accompagnatrice o all’intera famiglia perché, la maniera per convincerli a venire magari in Puglia – in un festival di cui non sanno minimamente dell’esistenza e che molto probabilmente mai sentirebbero nominare nella loro vita – è che la Puglia d’estate è una figata pazzesca e c’è il mare pulitissimo, il pesce buono, la pizzica e una super lussuosa masseria a loro completa disposizione. E allora avanti con le passerelle, i ricchi buffet dietro le quinte, le interviste, le foto luccicanti col direttore – che le userà postandole ogni settimana sui social per un anno intero – e con i fans tenuti a bada da transenne e security come animali pericolosissimi.
Ma di pericoloso – ahimè – non c’è più niente. Se non la stupidità di coloro che pensano di “stare un po’ tranquilli” perché “io così mi sono sistemato”, mi disse una volta un regista alla prima edizione di un piccolo festival da lui ideato e finanziato coi soldi pubblici. Ecco, loro si sono sistemati.
Mentre noi continuiamo a mandare i nostri corti pagando sempre più alte tasse di iscrizione, usando piattaforme inutili che escludono un rapporto tra l’artista e il selezionatore, chiedendo in ginocchio almeno il rimborso benzina per raggiungere il festival che sta a 800 km di distanza. E alla fine spesso ci andiamo lo stesso perché “è un’occasione” – di che, non l’abbiamo ancora capito. E quando ci va bene ce ne torniamo con una targa brutta e già impolverata e il portafoglio ancora più vuoto perché tra iscrizione, viaggio, hotel e cena alla fine almeno 200 euro se ne sono andati via.
E cosa ‘e niente! ripeteva stufato Eduardo De Filippo in una sua pièce. E ce lo ripetiamo spesso noi registi, attori, sceneggiatori… E cosa ‘e niente! E a furia di dire così siamo diventati niente. Il cinema è diventato niente.
Ma una rivoluzione si può ancora fare – si può sempre fare! – e deve partire da noi autori, dallo smettere di essere isole e fare squadra, entrando in un dialogo costruttivo. Nell’età d’oro del cinema italiano, Fellini sapeva benissimo cosa stava girando Scola, Monicelli si confrontava con Risi sulla nuova commedia e gli italiani che cambiavano. Oggi io poche volte so cosa sta pensando e progettando un amico regista. Non parliamo più tra di noi. Ognuno cerca il suo spicciolo successo. Ci scanniamo per quel bando pubblico – quasi sempre a tema, come con i temi delle elementari – gettando velocemente giù una storiella per cercare di vincerlo. Storielle che spesso non ci appartengono e non dicono nulla.
E allora cerchiamo di risorgere e insorgere verso tutto questo. Facciamolo partendo dalle nostre opere: che siano coraggiose, rivoluzionarie, che dicano qualcosa, che non siano nenie consolatorie e tutte uguali, servitrici del potere, dei ministeri e delle distribuzioni. Facciamolo scoprendo volti nuovi – ci sono bizzeffe di attori e attrici bravissimi –, oggi un giovane regista non deve pensare ad avere un grande nome nel suo piccolo film, ma un piccolo nome che faccia grande il suo film.
Incontriamo gli attori che daranno voce e corpo ai nostri sogni, come si faceva fino a qualche anno fa: Federico Fellini (aridaje!) andava per le strade di Napoli a scegliere i suoi personaggi, non si affidava ai casting director che non erano ancora stati creati dalla pigrizia dei registi. Ripartiamo dal lavoro, dalla ricerca di un nuovo linguaggio visivo, senza essere a tutti i costi comprensibili e sfacciatamente banali “perché sennò il pubblico non capisce”. Noi siamo il pubblico. Insomma, che qualcosa accada. Solo così potremmo esigere il rispetto che ci è dovuto e far capire ai festivalieri che senza di noi e i nostri film non si possono “sistemare”.
Ma attenzione perché: “per essere rivoluzionari bisogna essere lucidi e saper bene utilizzare le proprie armi – scriveva Eugenio Barba – i dilettanti non hanno mai cambiato la storia”.
Buon lavoro a noi!